Quaderni del Majorana

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Numero1
 
Una terra parzialmente espugnata
 
 
conversazione con Donato Verrastro
 
di Dario Anobile
 
 
 
Donato Verrastro è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università di Salerno. Si interessa di storia politica e delle istituzioni, nonché di comportamenti sociali (gioco pubblico) in età contemporanea. La sua attività di ricerca si svolge anche nel campo della riforma degli ordinamenti scolastici e delle sperimentazioni didattiche. I suoi interessi vertono sulle grandi trasformazioni avvenute in Italia tra Otto e Novecento, in particolare, attraverso lo scavo archivistico, sull’efficacia delle misure speciali adottate in età giolittiana per il Mezzogiorno del Regno d’Italia. È condirettore della collana editoriale Il Veliero presso la casa editrice Il Mulino, nonché vice presidente dell’Osservatorio Internazionale sul Gioco. La terra inespugnabile. Un bilancio della legge speciale per la Basilicata tra contesto locale e dinamiche nazionali (1904-1924) è un saggio pubblicato da Il Mulino nel 2011. Il libro ci presenta un bilancio del ventennio in cui fu in vigore la legge speciale per la Basilicata emanata nel 1904, due anni dopo il famoso viaggio in Lucania di Zanardelli.
 
 
Professor Verrastro, le fonti cui ha attinto per il suo libro La terra inespugnabile sono assai cospicue e, immaginiamo, hanno richiesto un lavoro titanico. Quali sono stati il suo metodo d'indagine e il suo approccio ai documenti?
 
 
Venni a conoscenza del fondo «Commissariato civile per la Basilicata» alla fine degli anni Novanta, quando Gregorio Angelini, allora direttore dell’Archivio di Stato di Potenza, mi commissionò il progetto di informatizzazione dell’inventario cartaceo. Fu allora che potetti esaminare, per la prima volta, le oltre 2000 cartelle che avevano custodito fino ad allora la storia dell’ente. In quell’occasione ebbi modo di comprendere l’articolata e atipica struttura dell’archivio che, per certi versi, restituiva l’organizzazione e la dimensione operativa dell’ufficio. Dovetti allora confrontarmi anche con l’esile e frammentaria bibliografia riguardante la storia del Commissariato civile, una sorta di Prefettura parallela che, tra il 1904 e il 1923, si era occupato di dare esecuzione alla legge 31 marzo 1904, n. 140, recante provvedimenti speciali a favore della Provincia di Basilicata. La legge, conosciuta anche come «Legge Zanardelli» (seguita, infatti, al celebre viaggio compiuto nella Provincia nel 1902 dall’anziano Presidente bresciano), diede avvio alla prima infrastrutturazione di questa terra.
Quanto al metodo d’indagine, dopo un primo spoglio sistematico del fondo, ho proceduto alla strutturazione del piano di ricerca (organizzato per temi) e alla conseguente analisi selettiva delle fonti, provando a incrociarle anche con quelle istituzionali conservate nell’Archivio centrale dello Stato di Roma. A questo riguardo, ho trovato particolarmente significativo, per valutare l’efficacia dell’apparato burocratico che sottendeva alla dimensione operativa del Commissariato, osservare quanto la farraginosità delle procedure, attraverso un fitto e continuo scambio di carteggio di tra ministeri e enti periferici, rappresentasse il più significativo limite operativo per la buona riuscita degli interventi programmati.
Sulla base delle attribuzioni che la legge conferiva all’ente, ho poi ricostruito la storia della sua attività a partire dai verbali del Consiglio del Commissariato (che mi hanno consentito di comprendere le il dibattito interno maturato nel corso degli anni), per passare poi ai piani regolatori generali e, procedendo dal generale al particolare, al carteggio relativo alla realizzazione delle singole opere. Un particolare lavoro di dettaglio è stato condotto comune per comune, grazie al quale ho potuto cogliere il quadro delle relazioni tra amministrazioni centrali e periferiche.
 
In un passo del suo libro si fa riferimento a «un territorio in corsa verso la modernità». È lecito parlare di una modernità "speciale" per la Basilicata dopo i venti anni in cui la legge del 1904 rimase in vigore? Insomma, la legge speciale riuscì in qualche misura a espugnare la regione?
 
 
Valutare se l’intervento speciale per la Basilicata del primo Novecento abbia ammodernato la regione richiede innanzitutto una precisazione, necessaria perché tocca il tema della storiografia consolidata negli anni sulla questione. Le valutazioni che sono andate consolidandosi nel tempo sul sostanziale fallimento degli intenti originari della legge hanno probabilmente risentito di elementi diversi che, in qualche misura, hanno distorto la visione complessiva dell’intenso lavoro compiuto: limiti e difficoltà hanno condizionato il raggiungimento pieno degli obiettivi prefissati nel 1904 ma è innegabile che la regione, nel 1923, ne uscì dotata di infrastrutture essenziali – benché non risolutive – dei mali endemici che ne avevano segnato la difficile storia. Chi sperava nel miracolo rimase sostanzialmente deluso, ispirando con questo convincimento anche tutta la storiografia che in seguito si occupò di questa pagina della storia lucana e nazionale. Se invece proviamo a sganciarci dall’impostazione classica degli studi che negli anni si sono succeduti, osserviamo come, tenuto conto delle difficoltà operative connesse alle più volte denunciate pastoie burocratiche che contennero la possibilità d’iniziativa libera da parte dell’istituzione speciale, dell’esiguità delle risorse in uno dei periodi più impegnativi per la finanza pubblica (basti ricordare che il contesto nazionale di quegli anni fu caratterizzato dalla deflagrazione della Prima guerra mondiale, dalla campagna di Libia, dai terremoti della Marsica e di Messina, dall’incipiente sopraggiungere, soprattutto negli ultimi anni di vita dell’istituzione, del regime fascista), della consistente emigrazione che drenò demograficamente la regione (e che la privò di manodopera indispensabile per dar impulso ai lavori), dell’aumento dei costi dell’esigua manodopera disponibile (oltre che della mancanza di mezzi e materie prime indispensabili allo sviluppo dei lavori), la regione riuscì a dotarsi di una rete di strade, acquedotti, boschi indispensabili per la strutturazione di un’economia che versava ancora in uno stato embrionale.
Inoltre, pensare che un provvedimento normativo, per quanto complesso e minuzioso, potesse ribaltare, in un colpo solo, secoli di storia lucana appare quanto meno velleitario. Un vero bilancio dell’attività svolta dal piano di infrastrutturazione d’inizio Novecento in regione va compiuto, invece, in relazione a quanto previsto dalla legge nel tentativo di rompere con la tradizione dell’immobilismo precedente (cosa, tra l’altro, dichiarata da Giolitti in occasione del varo della legge), nello strenuo tentativo di avviare un deciso – benché non definitivo – piano di controllo, di governo e di tutela del territorio.
 
 
I risultati a cui il suo lavoro perviene possono contribuire a ridimensionare l'inveterato pregiudizio sull'immobilismo meridionale? Possono giustificare un intervento pubblico nella situazione attuale di crisi?
 
 
La risposta al primo quesito è delicata: quello dell’immobilismo del contesto economico meridionale è un dato di realtà. Dopotutto, la stessa decisione di intervenire con un provvedimento speciale (sulla scorta della drammatica impressione che ebbe di quest’area del Regno lo stesso Zanardelli, la cui sintesi è contenuta nel noto discorso pronunciato al teatro Stabile di Potenza alla fine di settembre del 1902) e le analisi scaturite dallo studio di dettaglio compiuto da Eugenio Sanjust, evidenziavano tutta la gravità del problema. Altra questione, invece, è quella che riguarda la necessità di interventi pubblici «straordinari» in tempi di crisi: se ci sono velocità diverse nella realtà socio-economica di un paese, è compito delle istituzioni rimuovere gli ostacoli per innescare processi virtuosi. Non sono di quelli che tuonano contro l’ipotesi di interventi straordinari. Storicamente, la decisione di intervenire con misure straordinarie nel primo Novecento ruppe con la tradizione di una supposta uguaglianza di trattamento da riservare a aree così diverse del paese. Giolitti stesso, nel corso del dibattito parlamentare che avrebbe portato all’approvazione del provvedimento, in risposta a De Viti De Marco e alla sua ferma contrarietà all’ipotesi di provvedimenti straordinari, affermò che «ad alcune condizioni eccezionalmente gravi e speciali è necessario provvedere con delle leggi speciali, ed è forse uno dei difetti maggiori della legislazione italiana di aver sempre voluto regolare tutto uniformemente».
La storia del Novecento, pertanto, inaugurava una stagione che sarebbe continuata ancora a lungo e la necessità di una programmazione di dettaglio, finalizzata alle esigenze specifiche di un particolare contesto, ha rappresentato (e può ancora rappresentare) una risposta possibile alla rottura dei vincoli che ostacolano lo sviluppo, a condizione che si programmino oculatamente e in maniera mirata i provvedimenti e se ne governino responsabilmente i processi.
 
 
Diversamente da quello ampio e corale che accompagnò la legge speciale del 1904, il dibattito odierno sulle condizioni in cui versa la Basilicata sembra arroccato su posizioni estreme e inconciliabili, e si pensi, tanto per fare un esempio, alle questioni relative alle fonti energetiche. Ritiene che queste differenti visioni siano una delle cause dell'incapacità di progettare nuove soluzioni ai problemi della regione?
 
 
Credo di sì. La lezione che ci giunge dalla classe politica di fine Ottocento-primo Novecento, a cui ascriviamo figure di primissimo piano come quelle di Nitti, Lacava, Gianturco, Grippo, Fortunato, Torraca, Ciccotti, è quella che attiene alla capacità di inalveare il dibattito in un canale in cui, pur non facendo sconti al contrasto politico e alle strumentalizzazioni, i problemi venivano affrontati con «spirito di corpo», secondo il principio di responsabilità nei confronti di una delle terre più povere del Regno. Quei lucani erano innanzitutto studiosi prima che politici: la consapevolezza dei problemi e la conoscenza approfondita delle ragioni storiche che ne erano all’origine consentivano loro, in tempi difficilissimi, di porre mano alle questioni e di dare risposte alle difficili condizioni della Provincia. Credo che la divergenza di visioni sia sempre una ricchezza, non un limite: la differenza, però, la fanno la capacità di giungere a sintesi rispetto ai provvedimenti da adottare e il desiderio di orientare gli sforzi alla realizzazione del bene comune. In questo, però, la classe politica di qualunque orientamento deve saper vincere la tentazione del particolarismo, mostrandosi dotata di quel coraggio che può favorire lo sganciamento da posizioni prestabilite e di parte, presupposto rischioso, miope e privo di prospettive che, solo ingannevolmente, illude circa la legittimazione misera ed esclusiva di un’élite.




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