Quaderni del Majorana

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Numero1
 
Tra apocalittici e integrati: la Lucania del petrolio
 
 
conversazione con Enzo Vinicio Alliegro
 
di Maria Lidia Petrillo
 
 
 
Enzo Vinicio Alliegro è Professore Associato di discipline demoetnoantropologiche presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Oltre ai tanti contributi in riviste o in volume e alle curatele, ha pubblicato L’arpa perduta (2007), un affascinante testo sulla condizione dei musicanti di strada, in particolare sui suonatori d’arpa di Viggiano e sulla cultura musicale viggianese, e Antropologia italiana (2011), un’attesa e importante storia degli studi demoetnoantropologici in Italia tra Ottocento e Novecento. Il totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata (cisu, Roma 2012 e 2014) è invece un saggio di notevole impegno sulla petrolizzazione della Basilicata, sull’impatto che le potenti multinazionali del petrolio hanno avuto sui paesini lucani e sui loro abitanti, i quali si sono divisi in fautori e detrattori dell’oro nero, che per i primi è diventato emblema di opportunità di lavoro e di modernità, per i secondi di sfruttamento e spoliazione di un territorio per tanti versi ancora vergine.
 
 
Professor Alliegro, ne Il totem nero lei fa una meticolosa analisi dei comportamenti delle multinazionali del petrolio, smascherando i metodi attuati dai big players per radicarsi nel territorio lucano. Quali tra queste strategie sono state più efficaci? Quali più subdole e pericolose?
 
 
In Basilicata, esattamente come altrove, le multinazionali hanno cercato di massimizzare i profitti riducendo al minimo gli sforzi e gli impegni, ricorrendo alle soluzioni che di volta in volta si sono mostrate percorribili. Ciò ha significato dissodare itinerari plurimi che si sono differenziati negli anni in relazione sia agli obiettivi che agli interlocutori. In linea generale direi che l’operato si è ispirato ad una sorta di imperativo metodologico che ho proposto di definire “dispositivo mistificatorio”. Ad essere dispiegate sono state strategie multiple incentrate anzitutto sull’occultamento programmatico, vale a dire sulla gestione riservata delle informazioni che sono state divulgate soltanto in parte ai territori interessati e soltanto ad alcuni rappresentanti istituzionali, che le hanno usate a proprio piacimento. Nel quadro di una intenzionalità talvolta predatoria, le multinazionali hanno fatto ricorso alla mistificazione identitaria, lasciando credere che perseguissero non gli interessi degli azionisti dei mercati finanziari ormai globalizzati ma quelli delle comunità locali. Inoltre, sono risultate piuttosto incisive le azioni di autoritarismo cognitivo (“inutile che ci contestiate, siamo noi i detentori del sapere”), del ricatto occupazionale (“se ci contestate licenziamo tutti”), dell’onnipotenza tecnologica (“noi non possiamo sbagliare”) e dell’ambiguità terminologica. Relativamente a quest’ultimo aspetto, direi che ci troviamo effettivamente innanzi, come indicato nella domanda che mi è stata posta, a strategie subdole e pericolose. Di cosa si tratta? Di azioni di controllo dell’immaginario pubblico a cui si giunge con l’adozione di un lessico specifico che orienta il significato agendo proprio sulla terminologia. Ecco qualche esempio: le “piattaforme estrattive” che penetrano il sottosuolo sono state denominate “pozzi”, da cui notoriamente si estrae acqua, e non petrolio; gli “oleodotti” per il trasporto del greggio, “rete di raccolta”, che richiama i lavori campestri; la “centrale di idrodesolforazione” allocata in Val d’Agri, preposta alla separazione delle componenti liquide e gassose, “Centro Olio”. Inoltre, l’intera filiera petrolifera costituita da impianti di trivellazione, stoccaggio, trattamento e trasporto del greggio è indicata con la locuzione “coltivazione di idrocarburi”. Qui si evidenzia l’idea di generare un’immagine altamente rassicurante del petrolio, rappresentato come una risorsa che alimenta le comunità. Oltre a questi espedienti messi in campo, per così dire, alla luce del sole, molti ormai sostengono, compresa la magistratura, che i poteri economici non abbiano disdegnato l’adozione di maniere forti incentrate sulla libera interpretazione di codici giuridici, talvolta con il bene placido di intermediari locali accondiscendenti, nel quadro di filiere corte che hanno visto il potere politico sempre meno capace di far valere le ragioni delle popolazioni. Potere politico e potere economico che hanno in alcuni casi fatto leva sul potere della “scienza di stato” e della “scienza aziendale” per assecondare i desiderata dei mercati.
 
 
Lei, nel suo libro, richiamandosi a un famoso saggio sulla cultura di massa di Umberto Eco, parla di apocalittici e integrati, ossia di lucani che da un lato temono l'«apocalisse identitaria» e dall'altro, invece, sperano in una «rinascita identitaria». Il quadro sociale che poi emerge dal saggio è ancora più articolato e complesso. A causa di quali ideali e interessi, disinganni e paure, i lucani si sono divisi?
 
 
La Basilicata che ha visto l’irruzione fulminea e così penetrante delle multinazionali del petrolio è una delle regioni più povere ed isolate d’Italia, con il più profondo ritardo di sviluppo infrastrutturale, economico e di dibattito pubblico sui beni comuni. In un contesto contrassegnato da tale evidente e secolare precarietà non desta particolare stupore l’idea perseguita dal potere politico nazionale e regionale di presentare il petrolio come un miracolo. I cosiddetti “integrati” sono appunto quelli che a titolo vario hanno voluto percepire la petrolizzazione del territorio come un treno che passava velocemente e sul quale bisognava senza esitazione saltare. Una grande occasione da non perdere, una risorsa capace di azzerare la storia e di spostare le lancette in avanti, posizionandole sull’ora della ricchezza e del riscatto definitivo. Tuttavia, proprio perché la Basilicata è un’area che presenta forte resistenza rispetto a modelli di sviluppo che hanno saccheggiato e relativizzato i valori della tutela ambientale, in essa sono stati coltivati sentimenti di forte radicamento territoriale, da cui sono sorte azioni di protesta che hanno visto nel comparto petrolifero i segni premonitori dell’apocalisse sanitaria, ambientale e culturale. Gli apocalittici, pertanto, sono quelli che non si sono rassegnati all’idea di vedere la periferia della modernità trasformarsi in capitale dello sfasciume neocolonialista.
 
 
Il petrolio per la Basilicata ha rappresentato, come lei scrive, una vera e propria «sollecitazione identitaria». Le chiediamo: è mai esistita un'identità lucana?
 
 
Per rispondere a questa domanda che richiama il concetto di identità, direi che servirebbe non lo spazio di un’intervista, ma pressoché infinite pagine di un trattato inscrivibile, perché inconoscibile ed inafferrabile è l’identità di uomini e territori. Piuttosto che di identità, pertanto, proporrei di parlare di dispositivi di “identizzazione”, che possono essere pensati quali meccanismi di identificazione di tratti culturali ritenuti salienti ai fini della definizione (provvisoria ed inevitabilmente contingente) di elementi costitutivi e fondativi delle comunità territorializzate. Processi di identizzazione che mutano nel tempo e nello spazio, in relazione a bisogni ed interessi legati a specifici gruppi di potere e di interesse, anche locale. Come è noto, l’immagine della Basilicata è mutata: da area povera e depressa, ma pulita ed incontaminata, essa è finita con il ritrovarsi quale area ricca ma inquinata. Quale Basilicata è quella vera? Una di queste due oppure una delle tante altre a cui ciascuno di noi può pensare? L’espressione Basilicata: una, nessuna, centomila, pertanto, non è soltanto la parafrasi del noto volume di Pirandello, agganciata alle folgoranti intuizioni di Schopenhauer deI Mondo come volontà e come rappresentazione, piuttosto una formula molto efficace che ci aiuta ad evitare di essere trascinati in approcci riduzionisti che poggiano sulla destorificazione e la mitopoiesi, che colgono soltanto foreste laddove invece ci sono anche molteplicità di alberi. Ad ogni modo, ritornando alla domanda sulla sollecitazione identitaria, direi che la petrolizzazione della Basilicata ha indotto parte considerevole della popolazione lucana a pensare al proprio ambiente, al rapporto con il futuro, alle relazioni con lo Stato, in maniera inedita. Da questa prospettiva di osservazione certamente è possibile cogliere degli importanti segnali di mutamento identitario, nel senso che i lucani sono sempre più convinti di vivere in un territorio danneggiato, ad alto rischio, offeso e derubato. Un territorio in cui in nome della ricerca del profitto si è disposti a relativizzare le stesse fondamenta del vivere civile. Un territorio in cui si avverte l’alito del neoliberismo soffiare sempre con maggiore insistenza, e piegare le barriere faticosamente erette all’insegna della sobrietà e dell’essenzialità, dei saperi e delle memorie locali che hanno saputo tracciare una pista per la materializzazione della sostenibilità ecologica, sociale e culturale.




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