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Numero1
 
Totemismi moderni: il petrolio lucano secondo Enzo Vinicio Alliegro
 
 
di Antonio De Rosa
 

 
Il totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata,[1] saggio monumentale dell’antropologo Enzo Vinicio Alliegro, è un libro che esige lettori forti, disposti a seguire l’autore in un viaggio labirintico lungo una fiumana di fonti archivistiche, a stampa e bibliografiche, di accadimenti disseminati in un arco temporale di 134 anni, dal 1878, anno in cui all’Esposizione Universale di Parigi va in mostra un’ampolla contenente petrolio di Tramutola, offerto ai visitatori «come il sangue dei santi taumaturghi», al 2012, anno della prima edizione del libro e della legge “Salva Italia”, premessa spesso obliata della legge “Sblocca Italia”, il cui art. 38, frutto di una pretesa di accentramento in materia di energia, fa maturare nella Giunta regionale di Basilicata l’idea di fare ricorso alla Corte Costituzionale.
 
 
E quindi il libro traccia la lunga storia del petrolio lucano, che non comincia a Viggiano, ma a Tramutola. Qui, invitati dagli amministratori locali animati da grandi aspettative di sviluppo, arrivano all’inizio del Novecento esperti forestieri che invero non danno grandi speranze, anzi manifestano dubbi sull’opportunità di approfondire le ricerche in campo petrolifero. E lo Stato, chiamato in causa, non ritiene utile ed economico, date le premesse, fare investimenti in questa direzione, accampando la scusa che il sottosuolo non gli appartiene.
 
 
Dopo qualche anno, nella prospettiva autarchica del Fascismo, decretata la demanializzazione del sottosuolo (1927), gli interessi cambiano: l’Agip avvia le attività di prospezione nel 1933. Tra il 1939 e il 1943 vengono scavati 46 pozzi fino a una profondità massima di 555 metri. Tuttavia, nel Dopoguerra, dando priorità alle aree strategiche interessate da intensi processi di industrializzazione, lo Stato concentra le sue energie nella Pianura Padana, abbandonando la ricerca nel Sud Italia. Solo nel 1959 viene perforato in Basilicata un nuovo pozzo di petrolio, Tramutola 45, risultato peraltro sterile, che raggiunge la profondità di 2000 metri. A questo punto Enrico Mattei sdogana l’era del metano in Val Basento e sospende la ricerca in Val d’Agri.

Le attività riprendono con l’Agip nel 1979 (“Permesso di prospezione Viggiano”). Sono questi gli anni delle cosiddette “battute di cacciasismica” (prospezione sismica, in pratica esplorazione del sottosuolo mediante esplosivo), nel corso delle quali «la quiete dei boschi secolari venne fatta deflagrare con quintali di dinamite che attentarono ad una terra che era anzitutto la terra del silenzio».
 
 
In breve la profanazione dello spazio privato e pubblico consente ai big players (le multinazionali) una preliminare verifica dell’indole remissiva dei lucani, un’antropologia, largamente documentata da scrittori e viaggiatori, che lascia ottime speranze di sviluppare con successo sul territorio regionale questo genere di intraprese. Infine il sogno del petrolio si materializza nel 1987 con un significativo rinvenimento di olio grazie al pozzo Monte Alpi 1 in territorio di Viggiano. Da qui parte in Val d’Agri l’era del petrolio, il liquido maleodorante degli abissi sotterranei destinato a produrre una profonda «sollecitazione identitaria» e a diventare «generatore di simboli». Emblema di energia e riscatto per alcuni (gli «integrati» , i desiderosi di una «palingenesi identitaria»), di devastazione e patologie per altri (gli «apocalittici», i timorosi dell’«apocalisse identitaria»), l’oro nero nel tempo si fa totem che attrae e sgomenta, che avvince e ripugna.
 
 
In sostanza, a Viggiano, tra il 1979 e il 1994, non si producono conflitti tra Agip e cittadini. Quando però si prende la decisione di perforare il pozzo Monte Alpi 5 in C/da Vigne, un luogo carico di valori simbolici per la comunità locale, parte il dissenso da parte di persone che cominciano a denunciare e ad aprirsi alla lotta sociale. Il libro documenta con puntualità l’inizio di una nuova stagione nell’affaire petrolio lucano. C’è chi, avendo casa a breve distanza dal pozzo, segnala alla Procura della Repubblica lo stato di cose con parole inequivoche. Da una lettera-denuncia dell’8 marzo 1995: «l’aria è fortemente impregnata dalle sostanze che si sprigionano dal pozzo e che, in alcune ore della giornata, raggiungono una concentrazione insopportabile fino a provocare malori veri e propri che si manifestano con capogiri, vomito e difficoltà respiratoria».
 

 
Nel 1996 si ha una mobilitazione generale organizzata dai sindacati, dai comuni e dalle comunità montane dell’area, tutti «stanchi di essere perforati». Arriva poi il tempo delle royalties (da pagare dal 1 gennaio del 1997) ad aprire inediti scenari e a introdurre nei dibattiti una nuova variabile. Intanto dalla protesta individuale si passa alla protesta organizzata, con la nascita di comitati e associazioni, di cui l’Autore fornisce un quadro accurato, descrivendone gli entusiasmi ma anche le criticità, la passione ma anche, spesso, lo sconfortante, precoce declino. Queste organizzazioni non riguardano solo Viggiano e la valle dell’Agri (Comitato Civico Pro Viggiano, Onda Rosa, Laboratorio per Viggiano), ma tendono a venire alla luce anche in altre aree della Regione (S.O.S. Lucania, OLA, No triv). Si oppone all’occupazione dei forestieri il «senso di radicamento culturale del popolo lucano». A titolo di esempio, questo il messaggio del comitato S.O.S. Lucania di Calvello che rinvia a suggestioni scotellariane: «Noi al bivio non ci siamo distratti. Non ci hanno distratto i fondi stanziati con la legge 219/81 che hanno ricostruito i paesi, distruggendone l’identità storica e architettonica […] Non ci ha distratto la FIAT di Melfi […] che ha spinto i giovani ad elemosinare il posto di lavoro dai soliti potenti e li ripaga con viaggi massacranti, con salari e turni di lavoro che al Nord nessuno accetterebbe […] Non ci ha distratto l’Eni che, con le sue promesse royalties, sta corrompendo il tessuto economico, politico e morale della regione».
 
 
Il capitolo VII del libro è dedicato al racconto di un Consiglio Comunale tenutosi a Viggiano il 20 febbraio 2012. Un evento, secondo l’Autore, di capitale importanza, in quanto in questa circostanza emerge con tutta evidenza la grande frammentazione sociale prodotta in Basilicata dal petrolio. Un’improbabile identità lucana si frantuma in mille pezzi. Va in scena in tale circostanza la scienza nelle sue diverse declinazioni (statale, aziendale, accademica), la politica (con la presenza del Presidente della Regione), una varia umanità: l’operaio, il disoccupato, la pensionata, la mamma di famiglia, l’ambientalista, l’intellettuale, tutti con una prospettiva differente sulla questione petrolio, visioni condizionate di volta in volta dal particulare che trascura o pone in subordine il bene comune, da interessi personali o da ideali, da familismi o da preoccupazioni di varia natura. Un uomo ossessionato dalle patologie: «La migliore centralina sono io che abito a Grumento. Non certamente quelli che stanno a Potenza». Una casalinga: «Non si può vivere più. […] Vivo con la puzza, mangio con la puzza». Un anziano: «Ci trattate per pezze da piedi. […] Non posso vivere, devo chiudere le porte e finestre, devo scappare via». Un responsabile ENI: «Stimiamo che ci saranno almeno 400 persone impiegate in questi lavori». La voce di un disoccupato: «Lavoro per chi? Per i forestieri?». Un famoso uomo di spettacolo (Ulderico Pesce): «Voi dell’ENI, volete fare il pozzo vicino all’ospedale di Villa d’Agri, provate a farlo, noi saremo lì, ad impedirlo». Un operaio in risposta all’uomo di spettacolo: «ci saremo anche noi dall’altra parte […] io non vengo a mangiare a casa tua». A questo punto un disoccupato aggredisce l’operaio e intervengono i Carabinieri.
 
 
Gli importanti due capitoli finali del Totem nero sono dedicati: 1) alla disamina del Memorandum di intesa Stato-Regione Basilicata del 2011, riguardante la ricerca e la coltivazione delle fonti fossili in Basilicata, con l’importante appendice di una manifestazione contro l’aumento delle estrazioni tenutasi a Viggiano il 28 dicembre dello stesso anno, organizzata dal coordinamento delle associazioni avverse al petrolio La Locomotiva, contraddistintasi per una limitata partecipazione (meno di 500 manifestanti), raduno che dà all’autore l’opportunità di riflettere sui limiti del fronte del no, indebolito da difetti di strategia e da una sostanziale disunità, ma anche dalla refrattarietà di molti lucani, nonché dall’accusa di irresponsabilità in un momento di estrema difficoltà per la nazione e le popolazioni locali; 2) al decreto, poi legge “Salva Italia”, i cui principi ispiratori neocentralisti nel momento della crisi determinano lo scontro Regione/Stato cui già si è fatto riferimento; 3) alla manifestazione Mo Basta del 25 febbraio 2012.




 


 
E dunque: Il totem nero parla di petrolio ma anche di altro, soprattutto dei lucani e della lucanità. Il petrolio diventa un pretesto, una cartina al tornasole, un campo sul quale verificare dinamiche sociali e processi antropologici. Colpisce l’attenzione data dall’Autore alle strategie messe in campo dai big players per entrare in territori poco conosciuti e metterci radice. Tra le altre, richiamate in corsivo nel testo, segnaliamo: la «mimetizzazione della presenza» (occupare lo spazio senza farsi vedere); la«mistificazione identitaria» (dichiarare che si opera per il bene pubblico); l’«occultamento programmatico» (non rendere noto il piano generale dell’intervento); l’«ambiguità terminologica» (Centro Olio in luogo di raffineria, coltivazione in luogo di estrazione del petrolio, eventi in luogo di sinistri); la «pedagogia filopetrolifera» (legare la petrolizzazione allo sviluppo economico e culturale); l’«autoritarismo cognitivo»(opporre la scienza al dissenso)… Ma ciò che alla fine conta è l’impatto di queste strategie su un ambiente specifico, quel corpo sociale di uomini ritenuti alla metà del Novecento fuori dalla «Ragione progressiva» e dalla «Storia», tali quindi da necessitare soccorso e assistenza. All’inizio del terzo Millennio, quegli uomini, secondo Alliegro, continuano demartinianamente a essere agiti da.
 
Il totem nero è quindi il saggio di un antropologo costruito con rigoroso impianto scientifico, e in quanto tale fornisce informazioni e sviluppa una struttura argomentativa, con una tesi a tratti implicita, a volte evidente, riassumibile in questi termini: quando i grandi poteri economici dell’Occidente, variamente intrecciati con quelli politici, locali e non, arrivano in un’area sottosviluppata, o meglio, diversamente sviluppata, nel caso specifico anche scarsamente antropizzata, il risultato non può che essere la spoliazione, la predazione, il saccheggio.
 
 
Il totem nero è infine non solo un saggio, ma anche una narrazione. L’intento di creare un racconto minuzioso ma fruibile, nonostante la materia tecnica e documentaria, potenzialmente algida, è evidente: nel plot, nel ritmo, nella gestione del narratore.
 
 
Il libro presenta una struttura a cornice, si apre con un prologo e si chiude con un epilogo. Prologo ed epilogo, che inquadrano nove capitoli, fanno riferimento al valore paradigmatico del Consiglio comunale del 20 febbraio 2010, apoteosi del relativismo gnoseologico, cui si è fatto cenno in precedenza. Il prologo è l’anticipazione di un fatto di cui si parlerà diffusamente nel cap. VII (spannung narrativa) e ancora nell’epilogo. Del resto, prolessi e analessi, anticipazioni e retrospezioni sono assai frequenti nel testo, che si apre in media res, come un poliziesco che presenta subito il delitto intorno a cui ruoteranno le lunghe indagini: nel nostro caso il cadavere (etnocidio?) è quello dei lucani e della lucanità, ammesso che un simile corpo indifferenziato e stabile sia mai esistito. Ma come si è arrivati alla tragedia? A questa domanda risponde Il totem nero, che pertanto è inchiesta, ricostruzione certosina di fatti, ricerca di indizi utili a capire come si sia giunti a quel corpo, spoglia priva di vita o, forse, embrione di una nuova e diversa vita.
 
 
In termini narrativi si può analizzare anche il ritmo di questo testo, che snocciola 100 anni di storia in una settantina di pagine, utilizzando tutte le altre (l’epilogo si chiude a p. 416), quasi 350, per rappresentare fatti che coprono 34 anni di storia. Pertanto, nella prima parte il ritmo è molto veloce, nella seconda decisamente più lento, fitto di vicende e documenti, di sequenze descrittive e riflessive, che riguardano l’era vera e propria del petrolio lucano.
 
 
E il narratore? Data la natura del lavoro, con dichiarato «approccio ubiquo e plurifocale», questi non può che tendere a un narrato imparziale e oggettivo (mancano per esempio i nomi degli attori, contano i fatti e non le persone). Il punto di vista è di norma esterno e dall’alto, la focalizzazione di uno scienziato. Ma anche l’uomo di scienza ha una tesi da dimostrare e le intrusioni (narratore onnisciente), spesso anche in chiave ironica, non sono infrequenti (si vedano, per esempio, le pp.214, 291, 334, 343, 345, 400) e innervano la scrittura di fervore etico. Questa prospettiva supera i confini del libro e getta luce sugli ultimi accadimenti, il sequestro del Centro Olio e il referendum sulle trivellazioni. Ci lascia la speranza o almeno l’augurio che una storia scritta da altri possa, perché no, essere riscritta dai diretti interessati, anche grazie a uomini dotati di forza morale e passione.
 

 


[1] E. V. Alliegro, Il totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata, CISU, Roma 2012 (seconda edizione riveduta e corretta 2014), pp. 424.
 
 
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