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Matera e un sogno da costruire sasso dopo sasso
 
 
di Kevin Beccasio
 
 
 
 
Con Raffaele Nigro facciamo tappa a Matera. Scrittore e giornalista di vaglia, padre della narrativa lucana degli ultimi trent’anni, nato a Melfi, città con un grande patrimonio culturale che nel 2018 celebra i mille anni della fondazione, Nigro ha vinto con i suoi romanzi importanti premi letterari come il Napoli e il Super Campiello.
 
 
Il titolo del suo testo presente in Basilicata d’autore è I Sassi di Matera. L’articolo-saggio prende avvio da due versi di Luigi Tansillo: «Tanti sono in Venosa poeti / quanti in Matera sono preti», a voler suggerire il fatto che, se la città di Orazio gode di un’importante tradizione poetica, Matera gode di una significativa tradizione religiosa, quindi artistica e architettonica, e si pensi alle 149 cripte benedettine (cenobi) e basiliane (laure), a volte con meravigliosi affreschi, e alle numerose chiese di gran pregio, espressione del romanico pugliese e del barocco leccese.
 
 
Nigro prosegue ritraendo la città con le parole e la prospettiva di personalità illustri del passato, dall’abate Fortis, letterato, naturalista e geologo del Settecento, al quale Matera apparve come «un inferno di miseria e di tuguri scavati nei tuguri», a Carlo Levi, «inorridito dalle condizioni igieniche e sanitarie» dei suoi abitanti. Su questo mondo di «cavernicoli» il Medioevo e l’età moderna avevano inciso poco, malgrado la presenza di intellettuali operanti in città tra il Cinquecento (i Persio, scultori, filosofi e retori) e il Settecento (il musicista Egidio R. Duni). Niente avevano fatto i Borboni prima e i governi dell’Italia unita poi per quel «labirinto che appariva nel tempo stesso un inferno e un presepe, affogato tra fogne e odori di polvere, umido, erba medica, ortiche, orine e muffa».
 
 
Nel 1950 giunse a Matera Alcide De Gasperi e ne rimase impressionato, meglio, «inorridito» al pari di Levi, vedendo che in grotta vivevano «in promiscuità uomini e bestie». Promise appartamenti e l’avvio della riforma agraria. La storia moderna della città cominciò allora, con una legge speciale che di lì a poco (1952) decretò lo sfollamento dei Sassi. Nei «formidabili» anni Cinquanta la città rupestre, con la sua commovente bellezza, salì alla ribalta internazionale, attirando intellettuali e studiosi da tutto il mondo: Friedman, Cid Corman, Banfield, Olivetti, de Martino... Di seguito Pasolini venne a girare Il vangelo secondo Matteo (1964), avviando per Matera una tradizione cinematografica che ha visto la realizzazione di film di grande successo, basti pensare a The Passion (2004) di Mel Gibson. Ma furono tempi lunghi quelli che portarono, grazie una a nuova legge (1986), al recupero dei Sassi, finalmente diventati nel 1993 patrimonio dell’umanità Unesco. Da «vergogna nazionale», i Sassi si trasformarono in «paesaggio culturale». Il resto è storia recente e dei nostri giorni, con Matera che nel 2019 sarà Capitale europea della Cultura.
 

 

Ma torniamo a Nigro, che non di ipogei e grotte, casupole e chiese, conventi e torrioni ci parla ne I Sassi di Matera, ma di una città che è tale, anche e forse soprattutto, per i suoi uomini di cui spesso ci si dimentica, «figure perdute» che meritano di uscire dall’oblio, tra gli altri: l’agiografo Cosimo (XI sec.), autore di un poemetto sui santi Teopompo e Sinesio; il benedettino Giovanni (XI-XII sec.), predicatore e poi santo, che fece risorgere la grande Abbazia di Pulsano sul Gargano; l’astronomo Alano (XIII sec.), docente a Napoli e a Parigi, cui appartiene una variante pedagogica della locuzione latina gutta cavat lapidem; i Persio (XVI sec.), famiglia straordinaria di scultori (Altobello, Francesco e Aurelio), ma anche filosofi (Antonio) e linguisti (Ascanio); il manierista Tommaso Stigliani (XVI-XVII sec.), antimarinista per eccellenza e autore del poema Il mondo nuovo, sull’epopea di Cristoforo Colombo; il compositore Egidio Romualdo Duni (XVIII sec.), direttore musicale a Parigi della Comédie Italienne… E Nigro non dimentica i talenti contemporanei, tra i quali svetta il pittore Luigi Guerricchio, amico di Scotellaro, Levi e Guttuso, dotato di un autentico «genio pittorico».
 
 
L’assunto da cui muove il Nostro, valido non solo per Matera ma anche, in generale, per il Sud, soprattutto quello periferico e delle aree interne, è chiaro e meriterebbe maggiore attenzione da parte degli studiosi e dei ricercatori: spesso considerata subalterna e dimenticata, la storia della cultura meridionale è tutt’altro che insignificante, ma richiede attenzione e scavo, pazienza e scrupolo filologico, insomma «va ricostruita sasso dopo sasso».
 
 
Un pensiero finale: la ribalta di Matera potrebbe per contagio diventare la ribalta di un’intera Regione. Scriveva nell’Ottocento il grande archeologo francese François Lenormant: «A fianco all’Italia che tutto il mondo conosce, esiste, quando ci si inoltra nell’estremo meridionale, una seconda Italia, sconosciuta, che non è meno interessante dell’altra, né inferiore per bellezza di paesaggi e grandezza di ricordi storici». La Basilicata, terra incognita fino a poco tempo fa anche per gli italiani, ha molto da offrire: siti archeologici come Metaponto, Venosa e Grumentum, borghi tra i più belli d’Italia come Pietrapertosa e Castelmezzano con le loro Dolomiti o Acerenza con la sua cattedrale, montagne coperte da boschi come il Vulture e il Pollino, spiagge incontaminate (sullo Ionio e sul Tirreno, con Maratea, una vera perla dei mari), ma anche uomini che, spesso costretti a emigrare, hanno dato e danno un importante contributo alla storia del nostro Paese. Non a caso, all’inizio di quest’anno, un articolo del «New York Times» ha classificato la Basilicata al terzo posto tra 52 luoghi da visitare nel 2018. Sono segnali molto importanti per la nostra terra e per le nostre vite, per i nostri paesi, per i nostri paesaggi e soprattutto per la nostra cultura.
 
 
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