Quaderni del Majorana

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Numero1
 
La lucanica di Picerno e i prodotti agroalimentari tipici lucani
 
 
conversazione con Ettore Bove
 
di Vittoria Moles
 
 
 
Ettore Bove è professore ordinario di Economia e politica agraria all’Università degli Studi della Basilicata, Corso di laurea in Economia aziendale. Ha svolto attività didattica e scientifica al Centro di Specializzazione e Ricerche Economico-Agrarie per il Mezzogiorno di Portici (NA) e nelle Facoltà di Agraria degli Atenei di Napoli e della Basilicata. I suoi interessi scientifici riguardano prevalentemente le tematiche economiche dei territori svantaggiati, lo sviluppo rurale e l’individuazione e la valorizzazione dei prodotti agroalimentari tipici. Tra le pubblicazioni recenti: La Lucanica di Picerno, EditricErmes, Potenza 2015.
 
 
Professor Bove, il suo libro La lucanica di Picerno richiama l’attenzione su una storia antica, quella dell’insaccato di suino prodotto in Lucania fin dall’età preromana, di cui i lucani per molto tempo si sono dimenticati. Come mai è potuto succedere?
 
                       
 
Occorre tener presente che la Basilicata, nei suoi attuali confini, comprende solamente una parte della Lucania preromana. Quando, alcuni secoli dopo l’arrivo dei romani, a questa porzione dell’antica Lucania si associa il presente nome di origine bizantina, le genti, prevalentemente montane, si portano, direi inevitabilmente, lungo propri sentieri identitari che a lungo andare tendono a differenziarsi in maniera significativa da quelli originari. Del resto, occorre altresì considerare che le complesse vicende storiche, successive alla comparsa del nome Basilicata, determinano cambiamenti non certo marginali negli usi e nei costumi dei discendenti della popolazione incontrata dalle legioni romane secoli prima.
È, perciò, ragionevole pensare che il nome, “lucanica”, dato dai romani all’insaccato scoperto in terra lucana venga, con l’arrivo di altri eserciti (svevi, spagnoli, francesi), sostituito con varianti del sostantivo salsiccia dalla connotazione tipicamente localistica se non addirittura famigliare. Altrove, invece, come la Grecia e il Settentrione d’Italia, si continua a consumare lucaniche, sicuramente ignorando l’origine del nome, e non certo salsicce. Di conseguenza, in un mercato ormai globalizzato, che ha come punto di riferimento anche la componente immateriale dei beni acquistati, diventa importante, non solo sotto l’aspetto culturale, chiamare con il più appropriato nome di “lucanica di ...” la salsiccia tanto decantata da Varrone, Marziale, Cicerone e Apicio oltre due millenni addietro.
 
 
In passato il possesso del maiale ha rappresentato per le famiglie lucane uno status symbol. E oggi? Il maiale è o può essere ancora per i lucani sinonimo di ricchezza?
 
 
No, non è più così. I tempi sono cambiati e i contadini, intesi nel senso letterale del termine, sono, con le loro famiglie numerose, in via di estinzione. Basti pensare che mezzo secolo fa ben il 40% della forza lavoro era occupata in agricoltura. Oggi, si è sceso al di sotto del 5% poiché dei sette milioni di addetti agricoli di cinquanta anni fa ne sono rimasti appena 700-800 mila a lavorare i campi ed ad accudire il bestiame. Purtuttavia, sono tanti gli anziani che si sforzano di trasmettere a figli e nipoti le sensazioni di serenità provate allorquando si allevava e si macellava il maiale. A testimoniare queste sensazioni di benessere rimangono i tanti sforzi che le famiglie compiono per procurarsi tuttora carne di suini “non di allevamento” destinata a diventare lucanica e soppressata casalinga da gustare con amici e parenti in occasioni particolari. È, questo, in fondo, un adattamento ai tempi moderni del tradizionale significato di “status symbol” associato all’uccisione del maiale.
 
 
Dopo anni di investimenti sul territorio, sull’agricoltura, sulle tradizioni, sui prodotti tipici come la “lucanica” di Picerno, quali sono per la Basilicata i risultati economici e occupazionali? Se vi è stato uno sviluppo, a quali azioni virtuose è possibile attribuirlo? E infine: quali le aspettative per il futuro?
 
 
Se osservati sotto il profilo economico ed occupazionale, per i prodotti agroalimentari tipici lucani, i risultati sono da considerarsi appena apprezzabili. Ciò in considerazione del fatto che rimangono prodotti di nicchia, spesso in grado di soddisfare solamente mercati locali. Se, invece, l’attenzione si sposta su altri aspetti, come il contributo dato alla caratterizzazione del paesaggio agrario o al ruolo di attrattori turistici, il giudizio cambia. È, infatti, in costante crescita il numero di visitatori, sebbene rappresentato per gran parte da gente delle regioni limitrofe, che vedono nella Basilicata il luogo ideale per apprezzare gustosi piatti della tradizione contadina e vini, ricchi di storia, ben affermati anche sui mercati internazionali. Resta, tuttavia, tanto il lavoro da fare per dare dignità integrata ad un territorio che non è, come vogliono far credere, solamente petrolio. Se questo è vero, come è vero, vi è la necessità di ripensare gli scenari di sviluppo futuri per dare la giusta dignità alle produzioni che meglio rappresentano, con le loro componenti immateriali, l’agricoltura lucana. Occorre, in sostanza, impegnarsi per ampliare il paniere dei prodotti tipici lucani che vede oggi appena quattordici denominazioni, di cui cinque vini, su ben 806 attestazionicomunitarie riconosciute all’Italia. Del resto, tra i quasi cento prodotti finora registrati come tradizionali della Basilicata, ve ne sono diversi con elementi di specificità tali da poter trovare ampi spazi nella categoria delle denominazioni d’origine. Ad ogni modo, vi è da considerare che l’offerta lucana di prodotti agroalimentari a denominazione d’origine rappresenta appena l’1% della produzione lorda vendibile regionale (500 milioni di euro).




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