Quaderni del Majorana

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Numero1
La Lucania delle diavolerie nel romanzo Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway
 
di Giuliana Di Pierro
 
 
Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway, romanzo di Raffaele Nigro edito da Rizzoli nel 2010, si svolge in parte agli inizi degli anni Novanta, per il resto negli anni Cinquanta del Novecento. Parla di un viaggio in macchina, da una Lombardia ormai vittima dei deliri leghisti fino a Roma, i cui protagonisti sono Fernanda Pivano e lo stesso Nigro, appena rimosso insieme ad altri meridionali dalla giuria del Premio Chiara. Durante il tragitto, di notte, quando i sogni attecchiscono bene, la Pivano racconta a Nigro di un altro viaggio, forse fantasioso o forse no, compiuto da Ernest Hemingway in Lucania, al tempo delle indagini di De Martino e degli intellettuali di mezzo mondo attratti dalla terra della miseria, della magia, delle diavolerie. Le ragioni del tour risiedono stavolta nelle dicerie circa un animale preistorico, un mammut dalle sembianze di elefante bianco avvistato dagli indigeni, che solletica le fantasie dello scrittore americano, appassionato di caccia. Tra ricerche e appostamenti, nei boschi della Lucania Hemingway trova la sua Diana, giovane e sfuggente, un’archeologa di Irsina di nome Assunta, che suscita nel famoso straniero un profondo desiderio d’amore. Poi, finalmente, una notte il cacciatore si imbatte nella preda, il mammut, e spara, spara a ripetizione, ma la bestia si immerge nel fiume Agri e scompare. Sorte vuole che la notte successiva Ernest sia di nuovo di fronte al gigantesco animale, stavolta però non preme il grilletto, non ha cuore di finire la creatura che ormai ai suoi occhi rappresenta “l’anima di quella terra”. Termina a questo punto la caccia, termina l’ipotesi amorosa, termina il libro. Hemingway se ne torna a casa, alla sua malinconia e i ai suoi rimpianti. Rimangono nel lettore immagini e suoni da decifrare.
 
Risuona nelle pagine di questo libro l’eco dei passi corti e lenti degli elefanti bianchi. Passi che scandiscono un tempo flemmatico, tempo familiare e antico, come antica è la terra che lo accoglie. Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway è un gioco di scatole cinesi, viaggio nel viaggio, percorso di formazione nel quale i protagonisti si scoprono fino a fondersi, abbandonandosi a una natura imperiosa e mistica, per poi tornare inevitabilmente a separarsi. Nella narrazione si susseguono le voci di Nigro, nume tutelare di una generazione di scrittori lucani e meridionali, di Fernanda Pivano, grande traduttrice e divulgatrice della letteratura americana, e di Ernest Hemingway, autore di racconti e romanzi indimenticabili. Hemingway, a caccia più di se stesso che del misterioso mammut, intraprende un viaggio che lo porta alla scoperta della Lucania e dei suoi paesaggi lirici, stretti in un connubio di ruralità e sacralità, dove si articolano all’unisono pulsioni di vita e di morte. Nelle pagine lievi e incantate del romanzo, dove non poteva mancare l’amore, quello improbabile tra Assunta, la giovane e vitale archeologa in veste di guida nel tempo perduto, e un maturo Ernest, in preda al suo Weltschmerz, s’illumina l’enigma dell’elefante bianco, il mammut, che si fa allegoria, emblema della memoria inattuale e irraggiungibile come l’amore, quello assoluto (Assunta), ma come quel tipo di amore necessaria e vitale, capace di “dare profondità e amplificazione al presente”. Alla fine, il protagonista, lo scrittore che ha cercato la vita intera nei furori del Novecento, comprende “che c’è una vita sotto la vita e che sotto la crosta terrestre brulicano passioni perdute e storie pronte a ravvivarsi per dirci che non siamo nati oggi, ma veniamo da un destino lontano e guardiamo a un destino ancora più lontano. Perlomeno non siamo soli. Non gettati nel vuoto assoluto”. E infatti, quando il viaggio è ormai compiuto, nelle ultime pagine del libro restano a farci compagnia parole dall’odore dolce e dal sapore amaro, nell’attimo in cui si resta sospesi dopo una buona lettura.




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