Quaderni del Majorana

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Numero1
 
La Basilicata nella lente magica di Raffaele Nigro
 
 
conversazione con Raffaele Nigro
 
di Giuliana Di Pierro
 
 
 
Raffaele Nigro, il maggiore scrittore lucano della stagione post-sinisgalliana, è il grande narratore che tutti conosciamo, ma anche poeta, saggista, drammaturgo, giornalista; è stato caporedattore della sede RAI di Bari. Dopo alcuni saggi sulla cultura lucana e sulla storia del Sud, nonché alcune opere drammaturgiche e racconti, nel 1987 pubblica I fuochi del Basento, un romanzo storico che vince i premi Napoli e Super Campiello. Seguono numerose opere di narrativa, tra cui La baronessa dell'Olivento (1990), premi Rhegium Julii e Carlo Levi; Ombre sull'Ofanto (1992), premio Grinzane Cavour; Malvarosa (2005), premi Mondello, Biella, Flaiano, Selezione Campiello, Maiori; Il custode del museo delle cere (2013). Nel 2006 presso Rizzoli esce il saggio Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri, vincitore dei premi Vinadio e Capitanata. I suoi romanzi, tessuti con una scrittura antropologica segnata dal realismo magico, sono stati tradotti in molte lingue. Del 2010, edito da Rizzoli, è Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway, Premio Pisa, racconto di un viaggio di Ernest Hemingway, forse accaduto o forse no, in una profonda e primordiale, nel contempo funerea e vitalistica Lucania degli anni Cinquanta, alla ricerca, o meglio, a caccia di un favoloso animale prestorico, a metà tra un elefante e un mammuth. Qui al maturo e sfiduciato scrittore statunitense si offre l’imprevista opportunità di un’ultima, intensissima storia d’amore con una giovane archeologa di nome Assunta.
 


 
Raffaele Nigro, da quali suggestioni è nata nella sua mente l’enigmatica creatura, l’elefante-mammut, di cui parla nel romanzo Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway? Di quali significati simbolici è carica questa sfuggente diavoleria, senza trascurare il suo colore, il bianco?
 
 
Visitando il cimitero di Atella mi sono imbattuto in alcune zanne di mammut scavate dagli archeologi. A questa immagine che mi ha accompagnato per qualche tempo ho aggiunto degli avvenimenti di cui ero stato protagonista a Varese, durante gli incontri per il premio  Chiara. Non ultimo l'allontanamento subito dalla giuria del premio,da una giunta leghista, col pretesto che ci fossero troppi meridionali. Pensando alla Basilicata mi era sembrata così lontana dagli interessi di quella gente da vederla affogata in un mondo in via di sparizione. Ecco l'idea di creare una metafora della sparizione, quale un mammut. Ma questo elefante, che doveva essere bianco in omaggio a un racconto giovanile di Hemingway (Colline come elefanti bianchi, ndr) ma anche per rendere visibile nella notte dei tempi l'animale, il mammut, diventa metafora della stessa Basilicata, una terra arcaica che il governo vorrebbe alienare, uccidere tagliandola in due. Ma di questa regione il mondo ha bisogno, del suo arcaicismo, delle sue bellezze, della sua vita culturale.
 
 
Nel romanzo l'amore tra Hemingway e Assunta ha carattere profondamente lirico, forse perché idilliaco è lo spazio in cui sboccia, poetici sono i paesaggi di Lucania, in un connubio tra misticismo e ruralità, sacralità e natura "aspra e forte". Qual è a tale proposito il suo parere? Condivide questo tipo di lettura?
 
 
Condivido appieno, si tratta di un idillio da cui emerge l'idea che la Basilicata sia un luogo nel quale è sufficiente scavare nella terra o pescare nel cielo per raccogliere storie. Perché passato e presente sono profondamente legati.
 
 
Nel suo libro al tema del viaggio, visto come fuga dal baratro del presente e tentativo di rigenerazione, si lega indissolubilmente quello della rinuncia. Perché Hemingway si rifiuta di “finire” la bestia bianca? Perché rinuncia ad Assunta?
 
 
Comprende che uccidere quella bestia significa compiere un'inutile carneficina. Nella metafora, condannare la Basilicata per quella che è e che si presenta significa uccidere le nostre radici. A questo punto devo fare una precisazione. Matera 2019 è stata scelta solo un anno fa, a distanza di qualche anno dall'uscita del mio romanzo. Matera non è forse l'immagine di una cultura e di un paesaggio arcaici e lontani dalla modernità? Ed ecco che, quando meno ci se lo aspettava, l'Europa sceglie questa città come immagine di cultura. Non è un mammut che viene risparmiato e additato come tesoro da difendere e a cui fare ritorno? Eccolo il mammut risparmiato e osannato. Metafora più calzante di questa non c'è.
 
 
I lucani tendono a sentirsi "figli di un dio minore", eppure la Bellezza che li riguarda e a cui allude il suo romanzo, il patrimonio culturale, storico-artistico e ambientale, è tutt’altro che insignificante. Come si può nei tempi moderni valorizzare tale ricchezza? E fino a quando è possibile rivendicare il passato e quando invece è necessario innovare, per non correre il rischio di restare incatenati alla propria ombra?
 
 
Il patrimonio culturale è un bene che possediamo e che ha bisogno di essere pubblicizzato e fatto conoscere. Il modo in cui farne fruire attiene alla modernità. Così, le strade che portano a Matera o a Melfi e a Venosa attendono di essere ultimate. Attende un aiuto la Potenza-Foggia, che porta gli operai alla Fiat. Va legata l'università di Basilicata al territorio, vanno ammodernati i rapporti tra i luoghi di studio e i luoghi della produzione. Ammodernare non vuol dire distruggere il passato, ma significa mettere in parallelo, far camminare insieme. Perché si può fare turismo se abbiamo cose da offrire. Ma è il come offrire che va ammodernato.




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